Visualizzazione post con etichetta frà Pietro Angeleri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta frà Pietro Angeleri. Mostra tutti i post

lunedì 19 aprile 2010

San Celestino V: l'Amore osato

X PASSO
L’Amore osato


Puntate precedenti:

I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino
La vita spirituale in San Pietro Celestino
Tentazione e preghiera in San Pietro Celestino
Celestino V: la rinuncia al potere
La fedeltà in San Pietro Celestino
San Celestino V: il perdono che rinnova e guarisce
Il Creato vibrazione del cuore di Dio


di Ylenia Fiorenza


Dire “amore” è sentire nell’immediato che si ama qualcuno o che qualcuno ci ama. Amore è l’unica parola che fa subito vibrare, sussultare, esultare, straripare di luce l’anima, nel momento in cui essa è pronunciata o ascoltata. Dire “amore” è dire vita, bellezza, unione, tutto ciò che di più alto e di profondo possa essere vissuto, percepito, sperimentato. Ogni persona è chiamata all’amore, ma ancor di più ad osare questo amore che è Dio in noi. 


L’unico peccato che considera Dio è, infatti, la mancanza di amore, l’amore non osato, vale a dire non donato con tutta la propria anima. L’espressione “amore osato” include, quindi, il desiderio appassionato di Dio per l’umanità e insieme il mistero della Sua Gratuità infinita. Ostinazione di Dio: ecco cos’è l’amore osato! Dio è ostinato, non si arrende, è testardo, irremovibile, perseverante, gratuito nel Suo amarci, poiché la sua essenza d’amore è immutabile, inamovibile, indistruttibile, anche e addirittura di fronte alle nostre infedeltà, al nostro peccato. Perché Dio, essendo l’Amore, rimane con noi, unito a noi, al nostro cuore: quando soffriamo, odiamo, trasgrediamo, oltraggiamo, feriamo e respingiamo il Suo cuore, perché vuole che noi siamo fedeli alla nostra condizione umana, che è fatta di fragilità e di splendore. Questo è l’amore osato: amore che non si ferma a giudicare, ma ad accogliere comunque! 


E il nostro San Celestino V questo ce lo ha trasmesso con quella sua forte testimonianza di umiltà, di obbedienza e di amore verso la Chiesa di Dio, quella stessa chiesa che lo perseguitò, che lo fece prigioniero, che lo privò di tutto fuorché della sua dignità di figlio di Dio e della Chiesa, amata e scelta da Dio stesso. Quando si smette di cercare il volto del Signore nel mondo, nei fratelli e nella Chiesa, e si abbandona la nostalgia dell’amore che salva e libera, qui il peccato insuperbisce fino ad iniettare il veleno del delirio di onnipotenza. Delirio che porta a sentirsi più forti di Dio e grandi, e capaci di fare a meno persino di Lui. Delirio che porta a volersi sostituire a Dio fino a credersi al di sopra di Lui! E questo, purtroppo, è possibile leggerlo nelle tante vicende di potere, dove gli uomini si affannano ad occupare i primi posti, a conquistare i troni della gloria del mondo, per comandare piuttosto che servire, ad assoggettare, a manipolare, ad usare, ad invadere, piuttosto che ad accogliere, a benedire, a voler il bene, ad agire con generosità evangelica. Qui dove la frenesia del potere dilaga e tutto depaupera con la sua avidità, occorre osare l’amore come Cristo, che è arrivato ad osarlo fino alla consumazione totale di Sé. 


Ecco allora come Mons. GianCarlo Bregantini nella Lettera ai giovani con schiettezza ci mostra, infatti, che «il potere è la radice di tutti i problemi; che chi maneggia le briglie del potere non ha tempo per godersi la libertà perché si preoccupa soltanto di gestire affari e di incastrare ai vertici il proprio affanno. Ma il vertice dei potenti non ha la luce che ha invece l’altura dei liberi, di quanti possono guardare all’orizzonte col cuore e prendere il largo. Diceva, infatti, Goethe che ”Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo”.» 


Osare l’amore contro l’egoismo, come San Celestino V, che perdendo tutto ciò che era del potere e della sua pesantezza, si ritrovò pienamente libero e lieto! E lo voglio immaginare in lacrime di liberazione, col sorriso scolpito in volto, mentre moriva in solitudine da prigioniero della superbia altrui, che è la peggiore delle miserie umane e morali, ma libero e baciato dalla santità, di cui il profumo ancora pervade la storia. Un amore osato come perdono, che ricostruisce la comunione spezzata dal peccato, e si configura come amore che abbraccia tutta la povertà e la trasfigura. Un amore osato che rivela la sete di Dio di entrare in contatto con noi, con tutto ciò che è in noi, vale a dire con quelle zone buie che spesso noi teniamo segrete e mute, ma pur sempre sanguinanti. Osare l’amore per dire al mondo che Dio è tenerezza, cioè l’eterno nostro Amante, che vuole rigenerare ogni relazione perduta o frantumata; che vuole trasformare la durezza del cuore che lo ignora, che lo sfida, che lo dimentica, e così sanare, recuperare, consolidare la bellezza dell’alleanza con Lui e in essa ritessere l’unità che splende di “principio”, per germogliare a quel sogno d’amore che Dio ha consegnato al nostro cuore perché lo realizzassimo amando. Osare l’amore per rafforzare, dunque, lo stupore della purezza e della verità, manifestando con lo sguardo di Dio all’altro la gioia che egli esiste per un amore osato, fino a perdonare tutti i nostri peccati, fino a patire e a sconfiggere la morte, per restituirci la luce eterna della beatitudine in Dio. 

..

lunedì 12 aprile 2010

Il Creato vibrazione del cuore di Dio

IX PASSO
Il Creato

Puntate precedenti
I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino
La vita spirituale in San Pietro Celestino
Tentazione e preghiera in San Pietro Celestino
Celestino V: la rinuncia al potere
La fedeltà in San Pietro Celestino
San Celestino V: il perdono che rinnova e guarisce



Di Ylenia Fiorenza


È la semplicità la chiave per capire le cose più alte. In molti si affannano con ogni sorta di sperimento o di fantasia a carpire la magnificenza della creazione quella che invece è nudità, pura e semplice nudità! Quante volte, infatti, ci adoperiamo con un’infinità di strumenti ad indagare, ad investigare nella natura fino sciuparla! E quante altre volte ci limitiamo soltanto ad usarla, a sfruttarla, a gestirla, a governarla; o addirittura a sentirla nemica, avversaria, ostile! Quante volte riflettiamo in essa le nostre bassezze, i nostri crucci, le nostre rabbie, le nostre insoddisfazioni! E arriviamo a deturparla nella sua bellezza, a manipolarla a tal punto da lacerane il vero volto, dove si trasfigura quello del Suo Creatore. 


Semplicità di sguardo, di intenti, di attese. Ecco di cosa ha bisogno la natura per risplendere di perfezione, di sacralità. Il Creato: che parola dolce! Sentite che suono avvolgente nel pronunciarla! Un termine che racchiude in sé tutto l’amore del Creatore, il FIAT da cui partorì la luce, la vita, il creato intero, l’umanità! E San Celestino V unì così tanto la sua vita, la sua persona, fino a fondere il suo corpo e la sua anima in una preghiera pulsante. Consapevole del mistero che lo circondava e conduceva per i sentieri dell’esistenza, l’eremita fra Pietro da Morrone intuiva che nella natura vibrava il cuore della Sapienza e che Dio respirava il creato e vi versava in esso tutto l’amore. Fu un cuore semplice, infatti, quello di San Celestino, che si preoccupò di accarezzare e non di afferrare la natura! E da questo possiamo imparare il rispetto, l’aver cura delle cose create per la nostra felicità, donateci da Dio per il nostro bisogno e la nostra vera ricchezza: l’accarezzare e non l’afferrare! E dopo questo sospiro di libertà trasudante di stupore dinnanzi alle meraviglie, ai doni innumerevoli e ineffabili del Signore, uniamoci per un momento in preghiera, in canto, in lode, leggendo con passione estrema, meditando con calma e gemito il salmo 103 che è l’Inno a Dio Creatore:


Benedici il Signore, anima mia,
Signore, mio Dio, quanto sei grande!
Rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto.
Tu stendi il cielo come una tenda,
costruisci sulle acque la tua dimora,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento;
 fai dei venti i tuoi messaggeri,
delle fiamme guizzanti i tuoi ministri.
Hai fondato la terra sulle sue basi,
mai potrà vacillare.
L'oceano l'avvolgeva come un manto,
le acque coprivano le montagne.
Alla tua minaccia sono fuggite,
al fragore del tuo tuono hanno tremato.
Emergono i monti, scendono le valli
al luogo che hai loro assegnato.
Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno,
non torneranno a coprire la terra.
Fai scaturire le sorgenti nelle valli
e scorrono tra i monti;
ne bevono tutte le bestie selvatiche
e gli ònagri estinguono la loro sete.
Al di sopra dimorano gli uccelli del cielo,
cantano tra le fronde.
Dalle tue alte dimore irrighi i monti,
con il frutto delle tue opere sazi la terra.
Fai crescere il fieno per gli armenti
e l'erba al servizio dell'uomo,
perché tragga alimento dalla terra:
il vino che allieta il cuore dell'uomo;
l'olio che fa brillare il suo volto
e il pane che sostiene il suo vigore.
Si saziano gli alberi del Signore,
i cedri del Libano da lui piantati.
Là gli uccelli fanno il loro nido
e la cicogna sui cipressi ha la sua casa.
Per i camosci sono le alte montagne,
le rocce sono rifugio per gli iràci.
Per segnare le stagioni hai fatto la luna
e il sole che conosce il suo tramonto.
Stendi le tenebre e viene la notte
e vagano tutte le bestie della foresta;
ruggiscono i leoncelli in cerca di preda
e chiedono a Dio il loro cibo.
Sorge il sole, si ritirano
e si accovacciano nelle tane.
Allora l'uomo esce al suo lavoro,
per la sua fatica fino a sera.
Quanto sono grandi, Signore,
le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza,
la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto:
lì guizzano senza numero
animali piccoli e grandi.
Lo solcano le navi,
il Leviatàn che hai plasmato
perché in esso si diverta.
Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono,
tu apri la mano, si saziano di beni.
Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
La gloria del Signore sia per sempre;
gioisca il Signore delle sue opere.
Egli guarda la terra e la fa sussultare,
tocca i monti ed essi fumano.
Voglio cantare al Signore finché ho vita,
cantare al mio Dio finché esisto.
A lui sia gradito il mio canto;
la mia gioia è nel Signore.
Scompaiano i peccatori dalla terra
e più non esistano gli empi.
Benedici il Signore, anima mia.


Ecco: scorre il silenzio negli intimi filamenti della nostra anima unita al Creatore e al creato! E con l’esortazione del vescovo Bregantini diciamo anche noi che : «Rispettare il creato significa non considerarlo egoisticamente a disposizione dei propri interessi. Il creato è un bene universale. Ecco perché mantenere l’equilibrio in esso porta il benessere di tutti. Non solo l’uomo, ma l’intera creazione è coinvolta nel processo di redenzione: “la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rom. 8,19-23). Rispetta ciò che Dio ci ha donato gratuitamente: l’ambiente, il creato e quanto contiene. Amalo perché ne sei parte vivente!». Libriamoci, stringiamoci alle ali del vento, al sussurro dei fiumi in piena, al calore degli astri, all’intimità dei boschi, alla fantasia delle stagioni, all’ardore del fuoco e ad ogni creatura che palpita Dio, a San Celestino V che con noi lo ama e lo esalta nel Suo splendore infinito ed indicibile:
Oh umile san Celestino V, 
che nel petalo della libertà dal mondo 
hai respirato in mitezza il timore di Dio,
insegnaci a percorrere i cieli della notte,
passando per l’arco del coraggio, 
bagnati dal ruscello del perdono,
a sigillare la fedeltà del nostro amore 
nel grembo del silenzio,
per contemplare il volto della Parola,
uniti alla speranza della Creazione. Amen

lunedì 5 aprile 2010

San Celestino V: il perdono che rinnova e guarisce

VIII PASSO
La Perdonanza


Puntate precedenti

I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino
La vita spirituale in San Pietro Celestino
Tentazione e preghiera in San Pietro Celestino
Celestino V: la rinuncia al potere
La fedeltà in San Pietro Celestino

Di Ylenia Fiorenza




Il perdono è la parola di Gesù che sradicò il peccato dal cuore dell’umanità. Il Figlio di Dio non è venuto a condannare, ma a recuperarci nell’oscurità delle colpe. Ecco perché la “Perdonanza” è il centro di tutto il nostro percorso. È il passo decisivo per avventurarci nel carisma del nostro amato San Celestino V. 


Il perdono: questo è, infatti, il patto che il Signore ha voluto fare con i suoi amici: «io metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti… E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità.» È così che il Signore ci fa nascere a vita nuova, nella Sua luce: per mezzo del perdono, elargitoci dal Suo cuore mentre veniva trafitto sulla Croce, quando gridava per noi: «Padre, perdonali perché non sanno quel che fanno». Come non sentire dilatarsi nelle nostre fibre questo ardore d’amore?!

Perdonati in virtù del sangue di Gesù, riscattati e riconsegnati alla vita, a quella vera ed eterna, di grazia e di comunione diretta con Dio. È questo il grande insegnamento che si fa sempre più esortazione apostolica da parte di questo papa, Celestino V, autore della Bolla sulla Perdonanza. Un documento denso, che scavalca e trascina i secoli come una corrente potentissima, verso i lidi della verità di Dio, dove la carità indossa l’abito del perdono e si fa lacrima di benedizione sulle ferite dell’odio, dell’inimicizia. Perdonare è risalire dal deserto e camminare su corsi d’acqua viva, sotto la luce del sole con la forza implacabile dell’amore elevato, eminente, ch spinge la barca sul lago, difendendola contro il vento del male, della vendetta. È il comandamento che sta prima della santità, che la precede, la anticipa e la rende concreta. È il perdono che fa i santi: chi pratica il perdono arde di fiducia totale in Dio e si fa come Lui. Ecco perché colpisce la Bolla celestiniana: perché chi perdona annuncia con la propria vita Cristo! Così ci parla il papa eremita. 


Il Signore vuole prendersi cura delle nostre anime e purificarle dalla mancanza d’amore, infondendo in esse il coraggio di frantumare ogni barriera, ogni muro di separazione con il dono del perdono, che è liberazione per chi lo dona e per chi lo riceve, per chi lo chiede e per chi comprende quanto esso sia necessario per ristabilire la pace nei rapporti sfibrati e logorati dal rancore, dal disprezzo. I cuori che amano nel nome di Dio, sentono in maniera irrevocabile, il bisogno di perdonare, la necessità di rivolgere a quelli che commettono offese e violenze un battito di misericordia perché penetri nel buio della loro coscienza  a rischiararla. Non accuse, ma perdono! Non abbandono, ma accoglienza! Questo è l’effetto rivoluzionario del Vangelo portato da Cristo nel mondo che tende, invece, a percorrere la strada della vendetta, del risentimento, dei mutismi, dell’indifferenza nei confronti di chi ha colpe, di chi le commette. Questo è il valore della Perdonanza! 


Quella del perdonare è l’opera più ardua, più difficile da compiere: per questo necessita un cammino di fede e di speranza. Dove scoprire man mano che Dio sta ancora chiamando i ribelli, gli infedeli, i trasgressori, e li sta aspettando per riabbracciarli, per spogliarli dell’uomo vecchio: «…nel tuo amore hai liberato la mia anima dalla fossa della corruzione, perché hai gettato dietro le tue spalle tutti i miei peccati» (Is. 38,17). Con Celestino V chiediamo con tutto il cuore la liberazione dal male, dal non perdono che sentiamo, con la certezza che esiste la possibilità di superare il rancore, il dolore dei torti subiti, la macchia di aver agito per il male e speriamo nell’amore del Signore, desiderando di amare come Lui, certi che Lui opera in nostro favore perchè ci ama così come siamo, imperfetti e fragili. Dimoriamo nella Sua Parola e buttiamo via l’inganno, la menzogna e la morte. Non malediciamo chi ci ha fatto del male, benediciamolo comunque. Gesù Cristo è dentro di noi come una forza che ci spinge a perdonare, poiché Lui ha pagato per chiunque crede in Lui e nell’opera sua di misericordia. Lasci l’empio la sua via, e l’uomo iniquo i suoi pensieri: e si converta all’Eterno che avrà pietà di lui, e al nostro Dio ch’è largo nel perdonare (Is.55, 7) 


Il perdono ci prepara ad incontrare questa verità, a gustarla fino in fondo, a diffonderla per il mondo dei soprusi, della corruzione, della regolamento di conti. Siamo come Pietro da Morrone,  pellegrini del perdono che si accompagnano tra di loro, perché il Perdono è promessa di Dio realizzata da Cristo! Che viene incontro ai poveri abbandonati, per coloro che sono disperati e provati, per i  perseguitati e per tutti quelli che soffrono. Il perdono non è altro che un’opera divina da adempiere umanamente. Avere cuore buono, e misericordioso significa rendere tutte le cose che si fanno buone e generose. Ecco perché quella del perdono rimane la forma di carità più esigente, che necessita di svilupparsi continuamente, senza limiti e senza riserve, perché essa per il cristiano è prova di figliolanza divina, di speranza e mezzo d’unione con Dio e con l’umanità. E il Vescovo Giancarlo Bregantini a tal proposito nel capito IV - Il Coraggio di osare il perdono settanta volte sette-  del suo messaggio ai giovani, scrive: «La caratteristica del perdono di Dio, non è tanto quella di dimenticare l’infedeltà o l’offesa, ma è un perdono che rinnova, che guarisce, che ricompone e rinforza il respiro dei cuori separati. Prova e vedrai che liberazione reciproca sentirai tra te e chi ha sbagliato. La bellezza dell’essere perdonati è pari a quella di essere ogni giorno creati. Il perdono trasforma le conflittualità in occasioni di riconciliazione, la rottura di un rapporto in un’opportunità di chiarezza maggiore. Vale la pena ritrovarsi amici, magari più di prima: recupera la relazione, tienila viva perdonando veramente perché la relazione, l’amicizia, la vita insieme come cammino unitario verso Dio è qualcosa di essenzialmente spirituale, è terra santa, luogo dove Gesù è in mezzo a noi.» Restare il più possibile in intimità col Signore, per servirlo in amore, gioia e misericordia verso i nostri fratelli.

lunedì 29 marzo 2010

La fedeltà in San Pietro Celestino


VII PASSO
La fedeltà

Puntate precedenti

Di Ylenia Fiorenza


Se la rinuncia a potere, come abbiamo visto nel passo precedente, nasce e si sviluppa in tutto il suo valore dentro la forza di resistere a ciò che è contrario al volere di Dio, la fedeltà non è altro che il profumo di un amore pienamente testimoniato. C’è questo versetto del salmo 25, in particolare, che può fornirci maggiormente la limpidezza della fedeltà: “Tutti i sentieri di Dio sono amore fedele per quanti custodiscono il suo patto”. Ecco, allora come la fedeltà concerne il “custodire”. 


Essere fedeli significa custodire l’alleanza con Dio, crederci fino in fondo, e sentire di appartenere a quei sentieri d’amore che Lui traccia per la nostra felicità. E il percorrerli richiede veramente fedeltà, specie quando le scorciatoie appaiono come rimedi alla stanchezza o escamotage di scaltrezza per arrivare prima degli altri… Ma se pensiamo che in quel pezzo importante di storia, che sta proprio nel tratto di strada, che talvolta si preferisce evitare o disertare, perché si ha fretta, impazienza, paura della fatica che comporta, c’è invece la possibilità di scoprire le sorprese più impensabili da parte di Dio, allora varrebbe la pena marciarla per intero. E il papa Celestino V è icona di fedeltà alla missione che Dio gli affidò in cuore. Se guardiamo attentamente questa parola, densa di significato, vediamo che “fedeltà” sembra straordinariamente contenere la fusione di due termini  e cioè: fiducia e libertà. Fiducia, dunque, in Dio e Libertà nella propria coscienza. Chi resta fermo nella fede, sorgente di gioia, in quanto essa ci fa partecipare alla scienza di Cristo e ci dona la luce della verità, diviene fedele sempre più alla propria appartenenza e al proprio credo. E Celestino V sapeva bene che il premio assicurato da questa fede/fedeltà non era altro che la salvezza. Un titolo di lode o di gloria da parte del mondo non avrebbe potuto dare la santità alla sua anima, né fargli sentire il profumo del seme che, in germe, racchiude e custodisce già la messe futura. Ma anzi il plauso del mondo  avrebbe sicuramente diminuito e assottigliato la sua purezza e la sua fedeltà a Dio. 


La più dolce attitudine dell’anima, di fronte alla rivelazione del disegno divino, nonché alla chiamata di consacrazione al Signore, è la fedeltà, la predisposizione a seguirLo e a dare tutto il proprio essere al compimento della Sua volontà. E fermandoci a considerare ancora quel germe, percepiamo allora che esso in sé porta la morte al peccato e la vita per Dio. Qui la fedeltà diviene il sacramento dell’alleanza divina e  della adesione  cristiana alla santificazione, alla libertà nello Spirito Santo. E’ per mezzo della fedeltà che diventiamo gli alleati di Dio, come operatori di pace, di misericordia, di verità nel mondo. Nella fedeltà ci è conferito lo splendore della Trinità, che ha presieduto alla nostra creazione e ci invita continuamente a rinascere a vita nuova. Tale è la grandezza che la fedeltà può generare in noi, per essere purificati da ogni tentazione, da ogni timore, da ogni tedio di fronte al mistero di quel sentiero che si apre davanti a noi, come orizzonte da esplorare da cima a fondo, senza tralasciare nulla. E incorporandoci a Cristo, come Celestino V, gioiosi di segnare con la propria fedeltà a Lui l’alba vivente della Sua gloria, notiamo, invece, che l’infedeltà uccide nell’anima la vita divina, spezzando il legame che il Signore vuole restringere sempre più con noi. Infedeltà è allontanarsi da Dio e dalla vita; è perdere la libertà per stringere patti con la schiavitù del peccato. 


Chi sta nella infedeltà è nemico della propria anima, perché, gettandosi a capo fitto nella selva delle scorciatoie, in realtà, sfida la provvidenza divina fino a precipitare negli abissi della perdizione. E non avendo in sé la visione della beatitudine finale, mette un ostacolo all’azione salvifica a tal punto da saziare i propri giorni con illusioni e pianti di disperazione. Fedeltà è libertà perché chi non tradisce il proprio cuore e lo segue ovunque, come ha ben scolpito Mons. Giancarlo Bregantini nella sua Lettera: “Celestino V era un uomo che credeva fortemente nella libertà, altrimenti non avrebbe rinunciato al potere del papato! Nonostante fosse stato chiamato a dare stabilità alla Chiesa in quel periodo, non rinunciò alla sua libertà! Questa è la storia della sua tenacia e di come conquistò quella libertà che lui cercava, a cui apparteneva: essere libero nel cuore ad ogni costo. Proprio come un graffito  scritto sulla parete della sua grotta, il bisogno di sentirsi libero gli procurò la forza di volontà che lo ha aiutato a ribellarsi alle avversità, al potere, e a credere saldamente nel sogno di santità. Non ha mai perso le speranze ed ha continuato ad avere cura della sua libertà. La sua vita era piuttosto semplice, fatta di povertà, ma ritenne la sua libertà la sua più grande ricchezza, e l'unica cosa che possedeva era sicuramente la sua dignità.” Parole che emanano profondità d’amore dentro lacrime che si elevano come preghiere in quanto donate al cuore di Dio, che, gettate nel fuoco del suo amore, come grani d’incenso, avvolgono di soavità tutta la propria storia. 

lunedì 22 marzo 2010

Celestino V: la rinuncia al potere

VI PASSO
La rinuncia al potere


Puntate precedenti

I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino
La vita spirituale in San Pietro Celestino
Tentazione e preghiera in San Pietro Celestino

Di Ylenia Fiorenza

La rinuncia al potere: ecco quale è il punto a cui Dio vuole condurci. Non si può cominciare questo sesto passo senza attentamente considerare che, per ascendere, occorre che il cuore sia leggero, come un’ala per vincere le pesantezze di un mondo, dove invece l’oscura ignoranza del bene grava con ragionamento di ovvietà e superficialità.


Ben poco può sperimentare di alto, di sublime l’uomo, infatti, se prima egli non si abbandona alle cose soavi, che per insita potenza hanno il compito di sprigionare e alleggerire il respiro, come può esserlo per esempio un sorriso, un ricordo di pace così antica e sempre nuova. Tutto ciò che opprime il cuore deriva da una pseudo-conoscenza della armonia, di quella che è veramente la gentilezza della vita. Ma ancor meno potrebbero intelletto e cuore se non fossero sorretti dalla delicatezza di questo volto invisibile, che diviene proprio il luogo della piena conquista dell’anima per il nostro papa Celestino V. Tutto il poema della sua vita, infatti, rammenta, alla storia dell’umanità, che la sua rinuncia al potere è degna ancora di una supremazia nella memoria, che cioè ricordarla è avere la possibilità di far vincere ancora e sempre di più la scelta di amore per Dio su quella del e per il mondo. È straordinario vedere come un’intera vita può essere riassunta e ricordata in un soltanto atto, che basta, in altre parole, rievocare un solo e grande gesto d’amore per ricapitolare o identificare una persona.
Del papa Celestino, infatti, possiamo pure raccontare mille e mille episodi, ma è uno quello che più ci riporta alla sua figura, ossia quel segno che lo ha reso indimenticabile, nonché prezioso esempio per gli uomini di ogni tempo. Ed è appunto l’atto di rinuncia al potere, che lo portò ad abdicare, a lasciare il soglio pontificio, il ruolo di pontefice. In questo determinato avvenimento c’è stato indubbiamente tutto un movimento di cuore, che ha cercato di far conflagrare la forza di quel “si” che stava in principio, come genesi e concepimento di una volontà nella Volontà, di una vita nella Vita, di un amore per l’Amore, di una creatura per il Suo Dio.


Nessuna rinuncia è possibile se non è mossa da un desiderio autentico di libertà. Così come è vano rinunciare alla cose se prima non si rinuncia pienamente al desiderio di esse. È questa una consapevolezza dalla quale possiamo ricavare la verità di una fedeltà. Oltre a questo desiderio di liberazione, indispensabile per un corretto approccio alla “rinuncia al potere” compiuta da papa Celestino V, occorre tenere presente che in essa dimora una scelta incrollabile, una volontà salda, inamovibile anche in mezzo a tentazioni e delusioni, e una profondità spirituale che sintetizza l’essenza della vocazione e della sequela del Signore. Vale per tutti: l’uomo che perde la sua vita, la ritrova ed è come sottoposto alla giustizia del premio, che consiste in beatitudine eterna, perché chi è perseguitato nel Suo nome, sarà salvo e libero di possedere la gioia infinita. È qui che si compie la Trinità dell’anima, fatta di amore, libertà e fedeltà. Mentre invece l’ingiustizia e il potere segna l’oscurarsi dell’anima che ha rifiutato la sua liberazione, alla leggera brezza per spiccare il volo più alto.


Infatti Celestino V, sulla base della testimonianza, fa consistere la sua beatitudine nella coerenza, nella unione alla verità assoluta. Nella preghiera egli impegna tutto se stesso per un dialogo d’alleanza e di amicizia con Dio. Ma per riuscire a dire “no” al potere che è contro Dio, che ci può allontanare da Lui, è necessario, come Celestino V, avere il coraggio di gettare via tutti i pesi, le ambiguità della corruzione, del timore, perché chi si mette davanti a Dio, sa che per grazia e provvidenza è possibile vincere il male, ogni vizio, qualunque nemico, la cultura di morte che ci impedisce di entrare nella pace vera. Il cuore di Pietro da Morrone apparteneva al Signore e rese testimonianza di questo fino alla fine. Egli, cioè, rimase col Signore, perché sapeva profondamente che il Signore sarebbe rimasto con lui nei momenti di paura, di prova, di dolore.


E questo è ben dipinto da queste parole scritte ai giovani dall’arcivescovo, padre Giancarlo: «Sai, per capire cosa cerchi, devi rivolgerti a chi hai accanto e fissare negli occhi di chi ti ama e ti ascolta, ciò che veramente vuoi essere o raggiungere. Non importa se non hai il coraggio di gridare per farti ascoltare! Perché è nel silenzio che puoi farti raggiungere dal cielo, dal suo immenso mistero. Come Pietro da Morrone che fece del silenzio l'avventura del suo sentirsi sempre vivo e vicino a tutti. Non avere paura di lanciarti nel cielo dell’amore! - Questo sembra volerci dire il cuore di questo papa. - Rinuncia a tutto ciò che possa arrivare a togliere il tuo sorriso o quello degli altri! Perché la sete di potere minaccia la purezza del tuo cuore fino a togliertela». Ecco come realizzare la propria vita, rinunciando al male, a ciò che ci rende infelici e incompleti, oltre che nemici e antagonisti: dalla visione perfetta di Dio, come amore, meditando i precetti del Signore, bisogna rientrare nel segreto del proprio cuore come in un tabernacolo; e qui cercare la voce di Dio, il Suo volto di Luce.


E svelando i segreti più intimi a Lui, affidarsi alla Sua destra. Un gesto di abbandono filiale: questa è la rinuncia al potere! La vita di consacrazione al Signore comporta la prova e il combattimento spirituale. Ma Celestino V, ci insegna che è possibile vincere nel Suo nome e perseguire la Sua pace, poiché Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di abbandonarci, chiede giustizia verso il povero, il forestiero, lo schiavo, perché benché il desiderio dell’uomo di "fare al posto di Dio", talvolta, si accende nella mente e con superbia la ottenebra a tal punto da manipolarla, Deus vult omnes homines salvos fieri et ad agnitionem veritatis venire (1Tm 2,4) - Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e che arrivino alla conoscenza della verità. Ma per questo, occorre in piena certezza di fede concentrarsi perciò senza doppiezza e senza indugi sul tesoro dentro il quel gettare il proprio cuore, perché rinunciare al potere significa cogliere il punto essenziale e viverlo: l’Amore.



lunedì 15 marzo 2010

Tentazione e preghiera in San Pietro Celestino

V PASSO
Tentazione e preghiera


Puntate precedenti

I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino
La vita spirituale in San Pietro Celestino

Di Ylenia Fiorenza


Ci troviamo a metà del percorso. Dentro la meraviglia e la densità della vita spirituale, ora occorre entrare nel vivo di questa interiorità di San Celestino V e vedere come essa sia variegata di tentazione e di preghiera; mettendo a fuoco così le possibilità e le impossibilità che si possono vivere. E recuperando i tratti della personalità di Papa Celestino V, cercheremo, dunque, di lasciarci toccare dalla realtà soprannaturale, che è la missione per la quale il Signore ci dona la fede. 


Non esiste scelta casuale. Siamo cioè noi a scegliere di quale pane quotidiano nutrirci. Ma partire da questo principio implica un atto non solo di umiltà nel riconoscere la propria piccolezza, ma ancor di più un atto di umanizzazione totale che ci invogli ad accordarci gioiosamente alla volontà di Dio. Perché la nostra solitudine, a volte, può essere peggiore, più dolorosa e insidiosa di qualunque altra pena o offesa ricevuta. È, infatti, nella solitudine che si soffre la vera tentazione, quella che non ti dà preavviso, perché ti assale, disarmandoti, con ogni piano di plagio, fino a convincerti di cose assurde. E quante volte ci auto-puniamo o ci imprigioniamo dentro castighi che Dio Padre non oserebbe mai infliggerci, in quanto Lui ci ama senza fine. Ecco cos’è tentazione! Ecco a cosa ci può portare una solitudine non amata e quindi non rivolta e fatta chiarore e preghiera di fronte a Dio. 


Bisogna smettere di credere che essere soli significa essere abbandonati anche da Dio o dal resto degli uomini, perché Dio è eterno nel suo amore e, dunque, nella Sua presenza, nel Suo starci dentro e fuori con tutto ciò che esiste ed è benedetto dal suo atto creatore. E di conseguenza, tutte le anime devote a Lui, che lo servono con la propria vita e fanno dimorare la Sua pace nella propria coscienza, non possono dimenticare o non sentire che tutta l’umanità geme e grida “amore”! Per rendere questo più esplicito, nella logica cristiana, amare anche i propri figli alla follia, o una persona fino a dare la propria vita, non significa delimitare, recintare, dosare il proprio amore. Questo perché nell’amore vero e totale, anche se rivolto e indirizzato a qualcuno in maniera esclusiva, rimane amore, universale, assoluto nella sua natura. E questo amore feconda, fa lieta tutta la creazione, perché una volta dato, esso si dilata per tutto il mondo. Ciò non significa accettare un senso limitato o superficiale di questo tipo di espressione: “Amo te e basta!”, tanto che il resto del mondo e tutti gli altri non mi interessano più. Ma ammettere l’esclusività nell’ambito della fedeltà, una volta capita fino in fondo l’essenza dell’Amore, è chiaro che non verrà meno l’aspetto incondizionato dell’amore. 
Per sradicare dalla mente queste inconcepibili convinzioni che ci portano a deleterie superstizioni, è necessario arrivare a sentirsi parte dell’infinito, del cosmo, del Tutto che ci contiene. Solo così avrà “valore universale” ogni battito del cuore, ogni amore, affetto, stima. Tentazione è scoprirsi fragili, impastati di bellezza e di ombre dinnanzi al proibito, al rischio di credere lecito ciò che, invece, è immorale. La Tentazione è una corrente esterna, molto contraddittoria e del tutto inconciliabile con la legge che portiamo scritta nel cuore, che cerca in ogni modo di innescarsi nella nostra vita più intima per provarci sin nel midollo della coscienza. È un’occasione per capire qual è il nostro vero fine e verso quale tesoro il nostro cuore è proteso. Ma è la preghiera che, lavorando nel silenzio delle nostre paure o incertezze, ci può difendere dalle cose che ci minacciano e che ci possono indurre a perdere le cose buone, preziose, che contano davvero. 


La forza della preghiera ci serve per vedere con occhi puliti ed eroici la storia che passa nei sotterranei delle nostre scelte. Una virtù che ci avvicina sempre più a Dio, alla Sua beatitudine, che incarna tutte le esigenze umane, e non inorridisce di fronte ai conflitti. La preghiera non ci deve mai sembrare inutile o inefficace. E nel guardare al Papa celestino V, alle sue vicende, possiamo scorgere nelle parole del vescovo Giancarlo Bregantini, che la preghiera davanti alla tentazione è una vittoria certa: “Pietro da Morrone diviene il simbolo di chi, oggi, sa donare speranza anche davanti ad fiore spezzato, sa rilanciare un matrimonio fallito, impara ad ascoltare e dare fiducia ad un giovane distrutto dalla droga, crede nel bene anche in paese diviso, si impegna a ricomporre una famiglia in crisi. Questo è riformare. Cioè credere sempre che tutto può essere ricostruito e rifatto. Ogni storia vive momenti di debolezza, di crisi, ma la storia di Pietro da Morrone ci indica che tutto può essere rifatto, tutto può ritornare bello come prima, verginale. Che si può riformare, cioè fare nuove tutte le cose.” 


Pensare che la preghiera, specie in situazioni drammatiche, non possa aiutarci, è la tentazione più triste e pericolosa, perché ci può portare all’indurimento del cuore, all’aridità spirituale. La preghiera è sempre una porta da aprire! A volte ci vuole un soffio per schiuderla, altre volte può servire sudore e più coraggio per farlo. L’importante è provare, e per dare il contraccolpo alla tentazione, possiamo dire anzi che vale proprio la pena di “tentare”, ossia di cercare in ogni modo di spalancarla per capire cosa ci riserva. E indubbiamente, l’altra più grande e quotidiana tentazione da combattere rimane “l’amare senza gioia”, perché possono essere tante le belle parole e dolci le serenate da intonare, ma nell’amore non contano i virtuosismi, ma la felicità e la passione che si sperimentano amando. Stare aggrappati ai propri dubbi, ai sospetti, alla gelosia significa aver ceduto alla tentazione dell’egoismo, perché uno che si preoccupa o si angoscia soltanto pensando se “l’altro mi ama, o quanto mi ama, o se potrà mai tradirmi, lasciarmi, deludermi…”in verità passa la vita non amando, ma a tormentarsi con inutili immaginazioni. Chi ama pensa soprattutto a donarsi, a fare felice l’altro, a prendersi cura seriamente, a mantenersi fedele, perché trova gioia e godimento nell’amare, in quel che prova ed esprime con e nella propria persona. Preghiera allora non è aspettarsi qualcosa in cambio o la realizzazione di quanto si è bramato, ma è attendere la pienezza del bene, la sua fioritura perché seminato con amore e con speranza nei sentieri del Signore.



lunedì 8 marzo 2010

La vita spirituale in San Pietro Celestino

IV PASSO
La vita spirituale

Puntate precedenti:
I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V
Come intravedere: lo sguardo interiore

Di Ylenia Fiorenza

Siamo al quarto passo. Dopo aver scremato tutte le ombrosità dal nostro sguardo interiore, nel passo precedente, ora possiamo appoggiare le nostre dita su una nota ancora più sottile, quasi impercettibile tanto è l’orizzonte di dolcezza che essa ci può rivelare e schiudere alla nostra mente. E non può che essere quella della “vita spirituale”, si, quella dove è lo spirito ad essere librato verso le cime più folte dello splendore di Dio. Parlare della vita spirituale è parlare di due cose in particolare, che possono prendere benissimo l’abito temporale per essere descritti come momenti esclusivi, unici, che appartengono a tutte le persone viventi, di ogni tempo. Uno è quello del soffio vitale che dimora e compone tutto il nostro essere, la nostra vita. L’attimo in cui cioè l’alito di Dio si è fatto respiro in noi, infuso dentro il corpo per la nostra nascita nel mondo. E l’altro è il libero arbitrio, l’atto di fiducia totale di un Dio che non è dominatore, né invadente, ma totalmente Donatore di Sé, vale a dire Dio-Amore.

Parto da una convinzione, e cioè che nessuno può arrivare a parlare di vita spirituale, se questa non è anzitutto baciata col sigillo di una vita corporale. La vita spirituale cresce in sincronia con quella corporale. Separare la vita dello spirito da quella della carne è peccato contro il dono dell’esistenza, del venir alla luce, del nascere, del prendere corpo. La storia del pensiero spesso è stata, purtroppo, traghettata da questo errore. E come dimenticare a tal proposito l’esasperazione medievale, dove il corpo veniva tacciato come nemico: simbolo negativo, incline solo al peccato, alla concupiscenza, alla possessività! Quante lacrime rimaste inconfessate, quante uccisioni per eresie inesistenti, per ingiustizie compiute ai danni di innocenti, quanti roghi appiccati per spegnere vite pure! Non dimentichiamole queste pagine dolorose, perché sono sudari su cui piangere e chiedere perdono per il fanatismo, per l’insipienza, per la tirannia, per la superbia. La vita corporale è vita spirituale! E viceversa… Spirito e corpo coincidono, sono la stessa cosa, perché la vita si svolge mediante entrambi, amati e quindi creati in pari dignità da Dio.

San Celestino V, questo ce lo insegna, perché la sua vita spirituale non ha allontanato né distrutto quella corporale. D’altra parte senza il corpo come poteva dare testimonianza di quel che divampava nel suo animo? O come poteva avvicinare gli altri e farsi accanto? E nella Lettera del Vescovo Bregantini, questa verità a noi consegnata dal Papa Celestino, tocca la nostra stessa realtà: «Le difficoltà, le crisi, i fallimenti, il sentirsi incapaci di fare, di amare, fanno parte della vita di ognuno. Sono, infatti, momenti che tutti sperimentiamo. Ma è in queste esperienze che soprattutto si può comprendere che l’amore, quello di cui possiamo fare conoscenza incontrando Cristo, è l’unica risposta che può dare senso a tutto. E l’unica cosa che ci viene chiesta è fidarci di Lui, come lo è stato anche per Celestino V. Ti rialzi sempre. E sai rialzare anche chi ti è vicino e ti chiede una mano!»

Sentire lo spirito vicino a Dio e avere il corpo che testimonia la bellezza e quanto di buono arde in esso. Così come offesi nello spirito significa rifiutati nella propria persona, corpo compreso! Chi alimenta lo spirito con la preghiera e i buoni propositi, in verità prepara costantemente il corpo ad esporsi, come ha fatto proprio Gesù che, per dimostrare e rivelare in pienezza l’amore del Padre si “incarnò” e “consegnò” il proprio corpo, perché diventasse per noi tutti alimento, nutrimento senza fine di vita eterna. Ecco l’Eucaristia! Ecco cioè l’amore fattosi carne per cibare il nostro spirito! Cogliere l’armonia che intercorre tra spirito e corpo è vedere, partecipare e abbracciare la Trinità. Ma credere, invece, che la vita spirituale non abbia niente a che fare con quella fisica, sensibile è causa di auto-umiliazione e vivere uno scoramento interiore, una vera e pericolosa schiavitù, che può derivare dalla paura e arrivare a deprimere e scheggiare lo stesso contatto con la gente, le relazioni con l’alterità.

Da qui il nascere dell’oppressione, della repressione, della lotta contro l’altro. Perché avvertire di essere spirito non deve escludere la consapevolezza di essere anche corpo. E, dunque, soggetto e oggetto d’amore, sperimentato in tutta la persona. Il libero arbitrio non è che una porta da varcare o in bene o in male; o con atteggiamenti filiali o con arroganza. Siamo, perciò, creati e lasciati liberi di fare le scelte con il proprio cuore, legandolo cioè a ciò che più amiamo e sentiamo o crediamo ci possa rendere felici. Ricordando sempre che certe scelte, talvolta, ci possono privare della stessa libertà e farci prigionieri.

Il rischio è sempre presente, ma abbiamo il dono del discernimento e un Padre che veglia su di noi e che ci vuole far rimanere nella libertà, nella Sua beatitudine. Trovarsi nelle condizioni di poter percepire il brivido dell’estasi o dell’infinito è avere la straordinaria grazia di sentire smuoversi, sussultare nel corpo la gioia di esserci, specie quando è un sorriso o una parola gentile ad accrescere la fiducia in se stessi o in qualcuno, in modo particolare il sentirsi amati, notati, considerati, ascoltati, chiamati è la prima condizione per comunicare amore agli altri. La vita spirituale non è altro che un fatto di donazione vera e di gratuità che non dipende a priori da noi, ma in primo luogo da Dio, il quale amandoci ci ha dato la manifestazione suprema del suo amore, che è la consegna che Egli stesso ha fatto a noi di se stesso nel suo Figlio, che nel sangue ha pagato il prezzo dei nostri peccati, che nel corpo ha vinto la morte e nel corpo ci risusciterà.

lunedì 1 marzo 2010

Come intravedere: lo sguardo interiore in San Pietro Celestino

III Passo
Come intravedere: lo sguardo interiore.


Puntate precedenti:
I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V
La scelta preziosa di Celestino V


Di Ylenia Fiorenza


Dopo la gioia del “Si” lanciato nelle mani di Dio, attraverso la scelta preziosa che abbiamo sentito svilupparsi nella vita di Papa Celestino V, ora, nel terzo passo della fedeltà, è il momento di parlare della ferialità entro cui questo “Si” si spiega e di traduce in realtà. Nei momenti di prova, spesso si cerca disperatamente una via di fuga. È un atteggiamento umano, che non ci deve scandalizzare perché chi prima chi dopo lo sperimenta nella propria storia. Ma dire che questo è normale, che cioè rientra nella stessa natura umana di cui siamo tutti composti, non deve, però, nemmeno essere motivo di assopimento né di passivismo. Dire che gli impulsi ci possono indurre a sottrarci alla prova, sperimentando tutti i possibili escamotage, non significa, dunque, approvare nessun atteggiamento di evasione da quella che è la realtà dentro un preciso momento e accadimento. 


Chi crede, infatti, non può cedere all’istigazione degli istinti, perché il rischio è quello di cadere nell’incoerenza, nella disfatta, dove sul cuore e sulla mente può indubbiamente avere la meglio l’irragionevolezza. E da qui una successione di fallimenti non solo personali, ma anche generali, perché chi scappa, a volte, lascia sempre qualcosa di irrisolto sulle spalle altrui, quasi imponendo che siano gli altri a risolvere ciò che io non ho affrontato. E quante volte per paura o per povertà morale si tende a fuggire, a nascondersi, a disertare, a tradire la voce stessa della coscienza! 


Ma la sfida per l’umanità è quella di educare il cuore a stare in pace con sé, a conoscersi, a scrutarsi, ad amarsi, a custodirsi limpido e privo di contraddizioni, a indirizzare verso il bene tutte quelle spinte che lo possono approfondire nel mistero della vita. E le forme di pulsione/passione, di comprensione/espressione, di indagine/desiderio che abitano il cuore umano possono, secondo la testimonianza di Papa Celestino, che non è scappato né si è lasciato in balia di temperamenti fugaci, possono trovare sostegno e passaggio verso la loro decontaminazione mediante l’introspezione e un dinamismo che porta all’evento intimo e introiettante dell’intravedere. 


Che altro non se non lo sguardo interiore, che non ha niente a che fare con l’immaginazione, ma che consente un’apertura più vasta dell’orizzonte dove l’Io e il Tu si scoprono uniformati, compenetrati l’uno dall’altro per creare il miracolo del Noi. Una proposta “celestiniana”, di sguardo che si interiorizza, che mira al centro, all’essenza dei cuori e delle cose e che arriva a compiere, nella spiritualità e nella missione del suo intravedere, una liberazione autentica da tutte le superficialità, i pregiudizi, le ovvietà. 


È qui la sfida accolta diviene una forza inesauribile d’amore, dove il Vangelo è il centro attorno a cui il modo di vivere rispecchia il modo di pensare, dove insomma cade ogni forma di trucco, di ipocrisia, di divisione, di illusione, perché l’apparenza, l’esteriorità viene così disarmata e la parte vera recuperata e risanata da tutti gli oltraggi egoistici e fuorviati di chi guarda per giudicare, per calunniare, per offendere, per denigrare, per umiliare. 


L’intravedere è proprio di chi, invece, guarda dentro, e mirando e scavando a fondo benedice, accarezza, sostiene, protegge, soccorre e custodisce. Intravedere,infatti, significa  voler essere segno di concordia, di speranza e profezia di un mondo nuovo, radicato in Dio, al servizio della comunione e riconciliazione. Questo è il sint unum, (siate uno!) che si incarna e si fa storia quando il guardare dentro indica il cercare insieme la volontà di Dio, in umiltà e amicizia; è l’integrazione dei sogni e dei doni individuali, nel disegno della comunità; è il condividere l’acqua del proprio pozzo, preservandola dallo spreco e dall’abuso; è lo scoprire Dio in ogni volto,anche in quello sfregiato, imbruttito e danneggiato dal male. Perché, come ci sussurra il Vescovo nella Lettera: “solo chi ha il coraggio di rinunciare alla pesantezza e all’aridità del potere del mondo è grande e sa leggere dentro con dignità e libertà vera. E non si ferma alle superficialità, non resta bloccato da condizionamenti esterni, perché chi rinuncia  al potere si accorge di chi gli sta accanto e capisce di cosa ha bisogno veramente, ed apre il suo cuore,  per leggere nel cuore dell’altro”. 


L’annuncio della salvezza si traduce in questo sguardo interiore, che non si chiude in se stesso, ma che cerca di individuare, di riscattare, di rintracciare la bellezza originaria, la verità della creatura amata dal Creatore, di chi ci è accanto o dinnanzi, di chi ha il cuore spezzato o soffocato da ansie, paure, peccati; e questo per la costruzione di un’umanità secondo la giustizia, la dignità, la pace. Perché “la legge si trova nel tuo cuore”, vale a dire la divina somiglianza, che ci permette di essere amati… oltre l’infedeltà nostra. E San Celestino quasi ci vuole dire che a volte guardare dentro è più che parlare al cuore! Che intravedere il dolore o la speranza taciuti nella profondità di esso è più che ascoltarlo! Uomo nuovo e mondo nuovo stanno, quindi, per “sguardo nuovo” sul cuore, sul mondo, sull’uomo! E qual è lo sguardo più trasparente se non quello che s’inabissa nel cielo e lo ricerca nel valore del cuore degli altri?



lunedì 22 febbraio 2010

La scelta preziosa di Celestino V

II Passo: La scelta preziosa


Puntate precedenti:
I dieci passi della fedeltà
Vocazione e Formazione in Celestino V


Di Ylenia Fiorenza


Come abbiamo cercato di decifrare nel I dei X passi della fedeltà, vocazione e formazione sono due dimensioni fondamentali e congiunte nell’esistere di Celestino V. Ed è insieme che esse compongono il bozzolo di quella che è, al di sopra di tutto, “la scelta preziosa”, che ora rintracceremo tra le righe della storia di questo Papa. È quella che racchiude in sé tutte le altre scelte, secondarie nella scala del principio di “comunione di volontà”, dove l’uomo è chiamato ad unire la propria volontà a quella di Dio, per comporre il disegno d’amore pensato da Dio stesso per tutti i suoi figli in Gesù Cristo. Spazio aperto senza confini è, allora, il cuore di chi, come Pietro da Morrone, è alla ricerca di un sogno dal sapore reale, senza scadenze. E non riguarda che quel “SI” deciso, mai statico, esaustivo, perché non è fuga né istinto, bensì una promessa che non si lascia avvincere dall’ozio né intrappolare dalla tentazione di sentirsi già arrivati, già sicuri di aver capito tutto fino in fondo. 


Pietro si trova di fronte a se stesso, da solo con se stesso. E non servono presentazioni o codici relativi alla sua anima, perché non v’è nessuno ora lì a guardarlo, ad ascoltare quel moto interiore che sta prendendo sempre più corpo dentro di sé. Ma c’è una voce, quasi impercettibile, che lo penetra fin nel profondo, dove neanche lui forse era finora arrivato col suo esame di coscienza. Una voce particolare, mai udita prima, che si fa domanda e risposta insieme; che sussurra al suo cuore battiti di pace e di salvezza, che non si possono afferrare, perché non lasciano il tempo di abbrancare nessuna parola o espressione per definirla, registrarla e renderla fisica. 


È una voce che trapassa l’anima come una folgore cocente, che attraversando l’intimità si fa percepire, come se volesse dimorare unicamente dentro, lievitare nel silenzio, nella riservatezza, per poi esplodere, sgorgare a fiotti dentro la vita di chi si vuol fidare del suo approdo. Inaspettata si introduce nell’estrema tensione del cuore, e inizia a svelarsi lentamente, come una musica che va componendosi di lacrime e di brividi estatici. E si riversa, danzando, nel vigore della coscienza, dentro la quale tutto trova riparo ma non sempre approvazione, come nel caso più triste riportato nella Sacra Scrittura: “Caino, dov’è tuo fratello?”. Ci sono, infatti, voci che mordono altre che baciano; e tutto dipende dal coraggio di rispondere con tutta la persona, e i tempi della vita, che comprendono il passato, il presente e il futuro: “Eccomi, Signore!”. La scelta preziosa non è altro che un desiderio incessante, che mai smette di cercarsi e di ritrovarsi, di sperare e di conquistarsi. E quando, soprattutto, le rime dell’ordinarietà paiono sconnesse, ormai sfibrate, necessita trovare quella nuvola di serenità che le plasmi in armonia nel cielo così immenso, che indichi e si orienti completamente verso la meta sospirata. 


Pietro è questa nuvola candida, che tuffata nella vastità dell’azzurro, cerca di seguire la meraviglia che lo attira, che lo interpella, che lo ispira a correre in quella precisa via che è l’Amore. La scelta preziosa è qui, nell’Amore, che giace in tutto il suo splendore: nel voler sentirsi amati, nel voler amare, col desiderio di scoprirsi tali e cercare di dirlo al mondo intero con il modo, la forma che Dio suggerisce a mò di sospiro, per non essere invadente, né avvertito come dominatore del destino. E il Vescovo nel suo Messaggio, offre la parola chiave per comprendere il significato che concerne la scelta preziosa in Celestino V ed è proprio l’ “intravedere”. E ce lo dice così: «Se uno ama, vede una spiga nel seme che muore! È lo stile dell’intravedere, di attesa fiduciosa, frutto di intenso amore alla Vita, perché guardando te, scopro la mia umanità… Ricordate che siamo tutti fatti della stessa natura e che nessuno è già perfetto. Aspettati dagli altri ciò che tu dai loro per primo. Fai scelte leali, che non nocciano alcuno. Se pensi al bene dell’altro, troverai la misura per raggiungere anche i traguardi onesti, costruiti sulla roccia.»


Ogni sguardo lanciato oltre i limiti, oltre le cose, è sicuramente uno sguardo che ha il coraggio di intravedere, di mirare all’essenza, oltre l’apparenza, di spingersi  al di là del seno nero della notte, perché si sa protetto da quella voce nascosta e diffusa per l’anima. Voce che gli ricorda in cosa consiste il miracolo della bellezza: che ogni cuore possiede un frammento di luce infinita divina. E che dentro una scelta di valore brilla e risplende quel tesoro che ha il nome di “Gratutità”, con cui Dio ci rivela l’eternità ardente del suo amore. E di giorno in giorno, come Pietro da Morrone, la si scorge sempre più ricca, più auspicabile e più misteriosa, quando ci si specchia in chi ci sta accanto, con l’umiltà frapposta tra realtà ed ascesi, nel gioco beato delle capriole della Verità abbracciata alla Libertà, nel riconoscere e leggere le cose per quelle che sono, e semplicemente amarsi per quel poco, ma di prezioso che si è.


(continua)

lunedì 15 febbraio 2010

Vocazione e Formazione in Celestino V

I PASSO: Vocazione e Formazione in Celestino V 


Puntate precedenti:
I dieci passi della fedeltà


Di Ylenia Fiorenza


Il primo dei dieci passi di fedeltà che vogliamo trarre e approfondire dalla storia di Papa Celestino è la vocazione, iniziando dall’aspetto più incisivo che, in qualche modo, influì sulle sue scelte. È il percorso di formazione che seguì frà Pietro da Morrone per arrivare alla scelta piena di una consacrazione al Signore. Vocazione e formazione, allora, come due facce della stessa medaglia. La verità della presenza di Dio nella sua vita entra a far parte della sua quotidianità, dove il ruolo della madre fu certamente il segno più evidente della stessa tenerezza di Dio. Questo perché fu quella stretta communio, che Pietro Angeleri ebbe con la madre, l’avvio verso la conoscenza, ossia l’esperienza più pura e semplice dell’esistenza di Dio, come ben riscontriamo nella Lettera del Vescovo, “Il Coraggio di rinunciare al Potere”: “Pietro Angeleri nato intorno al 1210 da famiglia contadina, fu penultimo di tanti figli”. 


Già questi primi tratti ci fanno cogliere un’atmosfera di assoluta semplicità, dove il lavoro diretto con la terra portava a vivere quei grandi valori morali, e ancor più quelle piccole gioie dentro giornate di grande fatica e sudore. E il Molise “conserva ancora oggi questo nobile carattere rurale, che lo caratterizza. Ed è solo in quest’ottica che possiamo comprendere tante direttrici sul suo sviluppo futuro. Qui, in questa vivibilità rurale, restano ancora oggi ben salde le radici del Molise. Da riscoprire, proprio per tracciarne un futuro concreto, anche per i giovani. Perché se la terra è rispettata, tutta la società cresce!”. Sembra che quel secolo così lontano, oggi ci parli di un evento mai invecchiato, mai gettato nell’oblio né corroso dallo scorrere inesorabile del tempo: la nascita di questo Papa molisano! Che orgoglio per questa terra! Un approccio iniziale che ci convoglia subito agli anni del suo noviziato, a quando Pietro aveva circa 19 anni, e studiava a Faifoli. 


È solo il capitolo introduttivo della sua scelta, entro il quale si legge chiaro che la radice ormai è già pronta per affondarsi nel terreno fertile della Parola di Dio, e per farsi fecondare dalla Sua volontà, che è chiamata d’amore per l’Amore. Come descrivere quel preciso momento, in cui la voce è tremula, il cuore dilatato e tutto attorno sembra assumere il volto della bellezza più inafferrabile, il suono più ineffabile?! Come contenere nella propria piccolezza quel grido di pienezza che ha invaso le fibre intime dell’anima, mentre la realtà sacramentale del Battesimo ora scorre nel fiume della consapevolezza, della conferma più diretta e personale?! Si, è l’ora in cui Qualcuno inaspettatamente inizia a dare il primo tocco sulla porta del cuore, e Pietro, seppure colto impreparato, è desideroso di scoprire quale mano avesse picchiato così delicatamente, fermandosi alla sua soglia. È l’inizio di una tensione profonda verso il mistero che pervade tutta la vita. Quel cenno appena abbozzato si fa evento di una chiamata, di quella chiamata! È la voce del Signore che raggiunge Pietro e diviene per questo giovane linguaggio dei cieli portato in un perfetto richiamo all’amore per la natura, per quei boschi che tanto lo attiravano e innamoravano. Il senso di pace fa sì che Pietro scelga senza sforzo né titubanza “la vita eremitica”, quella dedita alla preghiera solitaria, al silenzio, a contatto con la ruralità più inesplorata e incontaminata dal caos.


Pietro incontra il Signore lungo quei sentieri fatti di pietre consumate dalle piogge avventate, dove il solo riparo non è che una grotta scavata dentro la montagna. È una scelta che non lascia dubbi: Pietro diventa ormai il custode di Morrone! Non vuole agi, né alcuna forma di comfort; egli si preoccupa di alimentarsi con le cose che offre la terra, quella terra coltivata, curata, resa produttiva con l’amore seminato ogni giorno nei solchi dello Spirito di Dio. Pietro da Morrone presenta, senza altro, un modello particolare di sequela, ma ciò dimostra che il cuore è il luogo dove l’azione del Signore si fa storia, si fa la sua storia, fatta di membra impegnate a lodarlo attraverso tutte le faccende, i pensieri, le passeggiate ripide… Tutto, per Pietro, è sorprendente dialogo con Lui. Ed è proprio dalla natura che lui riceve la formazione più consistente, perché impara cos’è la pazienza, l’impegno disinteressato, senza avere l’affanno di diventare qualcosa o qualcuno, perché al Signore basta che lui sia così com’è! Sperimenta, infatti, cosa davvero conta nella vita e cosa invece talvolta bisogna tralasciare perché si dissolva e cioè le vie contrarie all’amore di Dio . E si tratta di un lavoro interiore, che necessita di coscienza libera quanto limpida, per poter discernere e attivarsi sempre nella logica del bene, della reciprocità, della solidarietà. Perché la vocazione è una ed è uguale per tutti: seminare, far crescere, alimentare, custodire il Bene e dedicarsi totalmente ad esso. È il Signore che ama in noi, ma tocca a noi consentire a Lui di compiere nella nostra vita meraviglie infinite di bene. In Lui, come Pietro, confidiamo perché il nostro cuore sia una culla dove il seme della speranza possa maturare e portare i frutti di un amore accolto e donato.


(continua)