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mercoledì 13 marzo 2013

Il neoeletto papa Francesco, saluta il popolo: "Fratelli e sorelle buonasera"





Benedizione Apostolica "Urbi et Orbi":
Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]
E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
[…]
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
[Benedizione]
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. 
Buona notte e buon riposo!




lunedì 11 marzo 2013

Caffarra, BXVI, tenebre e Chiesa


Il cardinale Carlo Caffarra celebra una messa "pro eligendo Pontifice" a Bologna e ricorda Benedetto XVI con grande affetto. 

di MARCO TOSATTI
 Benedetto XVI ha visto lo scontro fra la luce e le tenebre: ''dentro la Chiesa e nel mondo. E ha chiamato le tenebre col loro nome. Nella Chiesa: l'immoralità e l'ambizione dei chierici; nel mondo: il rifiuto di Dio''. L'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra è uno dei cardinali che fra qualche giorno sarà entrerà in Conclave per la scelta del successore di papa Ratzinger. A due giorni dalla fine del papato di Ratzinger ha celebrato una messa "pro eligendo pontifice", al santuario della Madonna di San Luca, proprio sopra la città, uno dei luoghi a cui la comunità cattolica bolognese si sente più vicina. ''Cristo - ha detto Caffarra nell'omelia - già conosce colui che pascerà il suo popolo, lo ha già scelto. Noi stiamo celebrando questa Eucarestia con Maria, perché ognuno di noi cardinali sia pura trasparenza alla luce dello Spirito, sia pura obbedienza alla sua mozione, sia liberato da ogni torbido motivo nell'indicare il nome dell'eletto''. L'arcivescovo bolognese ha però, soprattutto, rivolto parole devote e affettuose nei confronti del papa emerito, a cui era ed è molto vicino spiritualmente e teologicamente. ''Il nostro cuore - ha detto Caffarra - ardeva quando lui parlava del mistero di Gesù e della Chiesa: per la profondità, la semplice umanità delle sue parole. La luce semplicemente illumina, basta non chiudere gli occhi. Ed i semplici lo hanno capito e vissuto. Ma la nostra gratitudine al Signore non sarebbe sincera se non ci impegnassimo a fare nostro, sempre più profondamente, il magistero di Benedetto XVI''. Un magistero, secondo Caffarra, che si è esplicato anche nel gesto di lasciare il papato. ''Benedetto XVI - ha detto - ha continuamente reso testimonianza alla luce di una presenza: la presenza di Cristo, Signore risorto, nella sua Chiesa. Tutto il magistero di Benedetto XVI, tutta la sua vita, sin dentro al suo ultimo gesto radicale, ha splendidamente mostrato che la Chiesa è la Chiesa del Signore Gesù e che è lo spirito del Signore Risorto, vivo ed operante, che la guida''. ''Ora - ha concluso, parlando ancora della scelta di Joseph Ratzinger di continuare la sua vita raccolto in preghiera - il santo padre Benedetto XVI si è chiuso nel silenzio, si è nascosto al mondo. Noi sentiamo, in una fede più pura, che in questo scendere nel silenzio, diventa ancor più radice che nutre l'albero''.


Fonte:   lastampa.it




domenica 17 febbraio 2013

Punti fermi su Benedetto XVI

13-02-2013 - di Omar Ebrahime


Adesso comincerà il toto-Papa e tutti a voler dire la loro, dal panettiere al tabaccaio. Su radio e tv per la verità il tormentone è già cominciato. Sia chiaro, non c’è niente di male in sé, la fede è anche un fatto di popolo e la Chiesa comunque è una presenza pubblica che vive nel mondo. Ma, come spesso di dice, non è del mondo. Vive nel mondo ma non è del mondo. E questo cambia tutto. Perché la Chiesa è anzitutto il luogo privilegiato della Grazia, il mezzo indispensabile e necessario della santificazione dell’umanità, con la sua vera sede che è in Cielo e il suo Fondatore, divino, che è Cristo. Ecco, in questi momenti non dovremmo mai dimenticarcelo. Quando pronunciamo quella parola, “Chiesa”, dovremmo tutti sciacquarci la bocca, contare fino a mille, fare un lungo respiro, pensare a quello che si sta per dire e poi, solo poi, andare avanti con la frase. A quel punto forse, se siamo onesti con noi stessi, come disse una volta un santo sacerdote, capiremmo che nel 90% dei casi quello che stiamo per dire è talmente ridicolo che faremmo più bella figura a tacere. Stiamo parlando dell’unica cosa che Dio ci ha lasciato, l’unica per davvero (perché anche le Scritture sono ispirate, non dettate), e ci permettiamo di sparare la prima cosa che ci passa per il cervello come se stessimo a parlare della nazionale di calcio al bar sotto casa. Siamo di fronte a un miracolo che si perpetua da oltre duemila per grazia di Dio, alla casa mirabile dove sono passati umilmente, in silenzio e in punta di piedi, Mistici e Dottori, Santi e Beati e poi arriva il primo pinco pallino qualsiasi e dovremmo pure starlo a sentire. Segni dei tempi. Ma il senso profondo e la ragione stessa della vita della Chiesa non è in ciò che si vede, magari superficialmente. Così, tanto per parlare chiaro, non è nei salotti televisivi, non è nelle interviste ai vaticanisti e non è neanche nei commenti sui giornali di qualche ecclesiastico. Il senso della sua vita è nell’elargizione della Grazia sacramentale che si propaga ogni giorno che il Padreterno manda in terra. Santa Teresina lo espresse icasticamente, in parole mirabili: “se la gente vedesse che cosa accade realmente sull’altare durante la Santa Messa, gli ingressi delle Chiese dovrebbero essere presidiati dalla forza pubblica”.
Voleva dire che la Chiesa è un dono che ci è stato fatto, inestimabile, di cui non si dirà mai bene abbastanza. Per questo servire la Chiesa è un onore. Un onore straordinario. Il senso della rinuncia di Papa Benedetto è anche qui: al vertice della Chiesa visibile, militante, come si dice in termini più pregnanti, c’è il Pontefice, ma il Pontefice, lo suggerisce il nome stesso, è un ponte tra Cielo e Terra, un mezzo - il Vicario per l’appunto - di Cristo. Benedetto XVI l’ha servita instancabilmente e siccome non c’è nulla di più prezioso da servire qui su questa terra vuole essere certo che neanche per un attimo la Sposa di Cristo possa apparire meno bella di quella che realmente è. E che il messaggio arrivi in tutta la sua grandezza. Perché alla fine è questa l’unica cosa che conta. L’aveva detto nell’ultima omelia da cardinale lui stesso: “tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità”. Al mondo che oggi si chiede smarrito che cosa resta, Benedetto XVI risponde serenamente che resta quello che abbiamo seminato nelle nostre anime immortali, e che ci accompagnerà per tutta l’eternità. Perché la vera vita è quella dell’eternità. La scena di questo mondo passa in fretta, sembra ripeterci il Papa con San Paolo, e stavolta lo fa con un gesto gigantesco. Alla fine “tutto passa, solo Dio resta”, scriveva già Santa Teresa d’Avila nel Cinquecento. A volte, forse, noi stessi rischiamo di dimenticarcelo.      
L’altra cosa che non deve sfuggirci in queste ore confuse è che il Pontefice ha compiuto il gesto nel giorno in cui la Chiesa universale ricordava solennemente l’apparizione dell’Immacolata a Bernadette, a Lourdes nel 1858. L’apparizione viene inaugurata (come poi sarà anche a Fatima) da un triplice comando imperativo: “Penitenza, penitenza, penitenza”. Sarà in seguito a queste parole che la piccola Bernadette berrà l’acqua torbida mischiata a fango che usciva dalla terra, mangiando dell’erba, nei pressi della grotta. Difficile non vedervi un qualche richiamo. Non solo. Nel suo breve annuncio di commiato il Papa ha detto: “Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”. Proprio così: soffrendo e pregando. Non è quindi facendo chissà che cosa che si salva l’umanità ma tornando anzitutto ai fondamenti della spiritualità evangelica. E da notare anche l’ordine in cui il Papa mette le due cose: prima la sofferenza, poi la preghiera. Ecco, un cristiano normale, ascoltate queste parole, sa già che cosa deve fare. Senza perdersi in chiacchiere. Perché per quanto assurdo possa sembrare agli altri, il destino della Chiesa non si gioca nei salotti mediatici e nelle infinite dispute radiotelevisive ma davanti a quei Tabernacoli in cui in queste ore tutte le comunità claustrali sparse ai quattro angoli del mondo stanno pregando e vegliando, digiunando e quindi soffrendo, per il Pontefice e il Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. E’ davanti alle candele che si spengono una dopo l’altra nel silenzio delle notti, mentre il resto dell’umanità dorme e va avanti come nulla fosse che si decidono le sorti del mondo. Non alla Casa Bianca, all’Eliseo o a Palazzo Chigi. Certo, chi non ha il dono della fede si ammazzerà dalle risate a leggere cose del genere ma l’ultima lezione di Benedetto XVI pare essere proprio questa: sofferenza e preghiera sono le vere armi che salvano il mondo. Queste armi, volendo, le abbiamo tutti. Il resto, ora più che mai, non conta nulla. Anche queste righe allora lasciano il tempo che trovano. C’è ben altro da fare, che è poi l’unica cosa necessaria. Non prima di avere detto un’ultima cosa però. Dal profondo del cuore: Le vogliamo bene Santità.       

Punti Fermi su Benedetto XVI



















venerdì 15 febbraio 2013

"Il piccolo esercito" di Costanza Miriano


Conosco una giovane donna molto speciale, un cervello che collabora con una prestigiosa università straniera mentre fa da mamma e anche da babbo ai suoi figli, da quando il marito è morto. Ieri l’ho incontrata. Aveva le lacrime agli occhi. “Mi chiedo se lo abbiamo lasciato solo. Non abbiamo pregato abbastanza per lui” – mi ha detto. Solo questo. Mi ha dato una bella lezione, perché io da quando ho sentito la Notizia con la n maiuscola ho attraversato tutti gli stati d’animo (quelli dal lato negativo della gamma, chiaramente), ma a prendermi qualche responsabilità proprio non avevo pensato.
D’altra parte noi semplici fedeli possiamo dire solo questo: forse non ho pregato abbastanza (non sono sicura di voler sentire la risposta, per quanto riguarda me). Per il resto noi non sappiamo niente, non immaginiamo, neanche intuiamo, e non è compito nostro dare una lettura della renuntiatio del nostro amatissimo Papa (a meno che non abbiamo tutti acquistato, come alcuni giornalisti spuntati lunedì come funghi, il kit del piccolo vaticanista: diventa insider in dieci pratici lezioni da un minuto).
Noi fedeli possiamo solo chiederci se abbiamo pregato abbastanza, e per il resto fidarci ciecamente della Provvidenza, che appunto provvede – come mi ha ricordato il mio amico Pippo con un sms mai tanto gradito, a pochi momenti dalla bomba – , fidarci dello Spirito Santo che su tali questioni non si distrae di certo. Fiducia serena, abbandonata come quella di un bimbo svezzato che non si deve preoccupare di niente, se non di fare la sua parte (cioè stare abbandonato, in braccio). Certezza granitica che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, figuriamoci per la Chiesa, sicurezza inaffondabile che nessuna tribolazione potrà separarci dall’amore di Cristo. Speranza certa che un giorno scopriremo un disegno meraviglioso in questo gesto di suprema umiltà.
Certo, nessuno può negare che quanto è successo non ci lascia indifferenti. Lasciando perdere previsioni di fini del mondo, catastrofi, piogge di rane, profezie di monaci, vaticini, complotti e disegni occulti, cose che non ci riguardano (scire nefas) il dato di fatto è che l’evento di lunedì è di portata millenaria, e che viviamo in un momento specialissimo per la storia della Chiesa, un punto cruciale per la vita della nostra madre.
Mi piace pensare allora che noi, proprio noi che siamo vivi in questi giorni, siamo stati scelti per formare un piccolo agguerrito esercito, soldatini scelti pronti a tutto per difendere il nostro Signore, pronti a morire piano piano o anche tutto insieme perché venga il suo regno. Servi inutili, è vero, ma anche pronti per quello che possiamo a combattere la buona battaglia, essendo responsabili per i fratelli.
Il bello infatti è che il nostro club non è esclusivo, anzi è inclusivo, perché il nostro gioco non è a somma zero. Non è che se vinciamo noi gli altri perdono. Se vinciamo noi vincono tutti perché il progetto di Dio sull’uomo è la felicità. Il nostro nemico infatti non è nessun uomo, ma il nemico di Dio, il maligno. Quindi non saremo contro nessun uomo che sbaglia, ma contro l’errore sì. Contro quello è ora di alzare la voce, non per difendere noi stessi, che siamo dei poveracci come tutti, ma il progetto di Dio sull’uomo, che è l’unico a funzionare.
Vorrei rassicurare chi teme di vederci partire per una crociata. Il nostro esercito è armato solo di preghiera, digiuno, parola di Dio, sacramenti. Non serve altro, neanche la corona del rosario, perché come mi ha ricordato ieri un sacerdote, guarda caso abbiamo esattamente dieci dita.


da www.civitas.it

lunedì 11 febbraio 2013

Comunicato Stampa - 11 Febbraio 2013




Prot. 11-02

COMUNICATO  STAMPA


A tutti gli organi di informazione


Campobasso.  “Per virtude fece il gran rifiuto. Mon per viltade!” . La notizia delle dimissioni del Santo Padre Benedetto XVI, ha sorpreso tutto il mondo ed il mondo cattolico, in particolare. Sotto la protezione di Maria, nel giorno della  memoria liturgica dell’apparizione della Madonna di Lourdes e della Giornata Mondiale del Malato, l’arcivescovo di Campobasso S.E. Mons. GianCarlo Bregantini, ha accolto con lacrime e stupore la notizia durante la Celebrazione Eucaristica presso  l’ospedale civile  di Campobasso “A. Cardarelli”. Il primo pensiero lo ha rivolto a san Pietro Celestino V, santo Molisano, modello concretissimo di umiltà ed obbedienza: l’umiltà è il fondamento; l’obbedienza il compimento.
«Quando Ratzinger ha accettato di diventare Papa, lui umile lavoratore della vigna, ha accettato e portato avanti con altissima dedizione, con un coraggio incredibile superando anche le difficoltà riportando tutti i problemi degli  scandali in una direzione positiva, ha dato riposte immense al mondo, ha dato al mondo le più elevate Encicliche come la Caritas in Veritate, capolavoro di lungimiranza. Ma c’è un momento in cui il cuore cede il posto alla salute, all’età, alle difficoltà ed anche quando lo abbiamo visto meno di un mese fa insieme agli altri Vescovi del Molise,  alla Visita ad limina, è apparso dignitosamente sereno, disteso, ma stanco. Davanti alla sua coscienza come ha fatto il Papa nella sua sublime dichiarazione in latino, ha sentito due cose: la sua età con l’anzianità che  avanzava e l’altro elemento fisico e pastorale  che, per guidare la “barca di Pietro” occorre accanto al cuore ed allo zelo personale, le forze fisiche necessarie. Ammettere con onestà questo, dona a Papa Bendetto XVI, una grandezza infinita ed un esempio di Santità enorme per quello che ha fatto. Le sue udienze erano gremite di persone. La gente lo ha amato tantissimo, lo ha seguito e lo ha ascoltato immensamente. Oggi c’è gente che piange e ci si accorge che davanti a questo suo gesto la sua coscienza è altissima e la sua vita estremamente bella, piena. Benedetto XVI ha capito che bisognava obbedire la Chiesa nel 2005, quando è stato eletto e  ha obbedito, oggi, al suo cuore, la sua coscienza, nel 2013. Ma è la stessa dinamica di un uomo che obbedisce a Dio. Ecco perché è un gesto di Santità ed è un uomo che ha saputo sempre  rispondere alla voce di Dio.  Sin dall’inizio del suo mandato si è posto con grande dignità e rispetto per il suo predecessore Giovanni Paolo II per il quale guidava la più difficile delle  Congregazioni, quella  per la Dottrina della Fede.  “Per virtude fece il gran rifiuto. Non per viltade!” come ebbe a dire Paolo VI per commentare il gesto di Celestino V.
Per quanto riguarda Il futuro della Chiesa – ha detto il Presule di Campobasso - vedo molte somiglianze con quello che accadde con Celestino V che, dopo grandi pianti interiori maturò le dimissioni così come quest’uomo, Benedetto XVI. Quanto avrà pianto! Ed il suo annuncio in latino è un grandissimo gesto per  parlare al mondo. Anche Celestino V quando diede le dimissioni, organizzò il futuro del Conclave. Il 13 dicembre del 1294 diede le dimissioni ed il 24 dicembre dello stesso anno  venne aperto il conclave. Così come si farà dopo il 28 Febbraio 2013. Non per la sua viltade, come si potrebbe interpretare ma per quella virtude, che sa dare a ogni età della vita il meglio di sé, sempre pronti a servire la Chiesa, sia quando ci chiama ad operare sia quando ci richiede la sosta nel’agire. Sempre compiendo la volontà di Dio, in tutte le cose ed in tutti i luoghi. Perché in quella volontade sia la nostra pace.»


L’Addetto Stampa



BENEDETTO XVI ANNUNCIA LA SUA RINUNCIA AL MINISTERO PETRINO

Il Papa ha annunciato oggi la sua rinuncia al ministero petrino. Questa la sua dichiarazione stamani durante il Concistoro per tre canonizzazioni:  


"Carissimi Fratelli, 
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. 

Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando.

Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. 

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. 

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. 

Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. 

Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio."


Per poter ascoltare direttamente la comunicazione di Papa Benedetto XVI, cliccare qui.


[Fonte: RadioVaticana]

domenica 20 gennaio 2013

Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani


Oggi inizia la Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, che terminerà venerdì prossimo, 25 gennaio. Il riunirsi di tutti i seguaci del Signore in un unico ovile è stato “uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II” (cfr. Unitatis Redintegratio, 1). Questa settimana di preghiera è una delle vie principali che si percorrono per cercare di raggiungere quest’obiettivo. Si tratta di un’iniziativa “introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificum, del 25 febbraio 1916.” (Benedetto XVI, dall’Udienza Generale del 18 gennaio 2012) Ecco un appello del Papa di qualche giorno fa (cfr. Udienza Generale del 16 gennaio 2012):
venerdì 18 gennaio, è iniziata la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno ha come tema: “Quel che il Signore esige da noi”, ispirato a un passo del profeta Michea (cfr Mi 6, 6-8). Invito tutti a pregare, chiedendo con insistenza a Dio il grande dono dell’unità tra tutti i discepoli del Signore. La forza inesauribile dello Spirito Santo ci stimoli ad un impegno sincero di ricerca dell’unità, perché possiamo professare tutti insieme che Gesù è il Salvatore del mondo.

giovedì 17 gennaio 2013

Marcia della Pace diocesana 2013

La Pastorale del Lavoro comunica che 
Sabato  19 p.v.  alle ore 16,00 dalla Parrocchia di San Giuseppe Artigiano di Campobasso
parte la Marcia Diocesana per la PACE 
organizzata  secondo le indicazioni  del Santo Padre.  

venerdì 8 giugno 2012

Gesù Cristo, Amore divino incarnato

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL 
CORPUS DOMINI
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 7 giugno 2012

Cari fratelli e sorelle!
Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità. È importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato.
Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. È l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine.
Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio. Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio.
In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare.
Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana.

mercoledì 16 maggio 2012

venerdì 24 giugno 2011

Adorare il Dio di Gesù Cristo

Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo.

“Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi.
Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. 
Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito (cfr Gv 3,16). 
Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi. 
Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza.” 


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mercoledì 22 giugno 2011

Santa Giuliana di Cornillon e l’istituzione della Solennità del Corpus Domini

Una figura poco nota, a cui la Chiesa però deve una grande riconoscenza, non solo per la sua santità di vita, ma anche perché, con il suo grande fervore, ha contribuito all’istituzione di una delle solennità liturgiche più importanti dell’anno, quella del Corpus Domini. Si tratta di santa Giuliana di Cornillon, nota anche come santa Giuliana di Liegi.


Liegi: “cenacolo eucaristico”
«Giuliana nacque tra il 1191 e il 1192 nei pressi di Liegi, in Belgio. È importante sottolineare questo luogo, perché a quel tempo la Diocesi di Liegi era, per così dire, un vero “cenacolo eucaristico”. Prima di Giuliana, insigni teologi vi avevano illustrato il valore supremo del Sacramento dell’Eucaristia e, sempre a Liegi, c’erano gruppi femminili generosamente dediti al culto eucaristico e alla comunione fervente. Guidate da sacerdoti esemplari, esse vivevano insieme, dedicandosi alla preghiera e alle opere caritative.

«Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo»
Rimasta orfana a 5 anni, Giuliana con la sorella Agnese fu affidata alle cure delle monache agostiniane del convento–lebbrosario di Mont–Cornillon. Fu educata soprattutto da una suora, di nome Sapienza, che ne seguì la maturazione spirituale, fino a quando Giuliana stessa ricevette l’abito religioso e divenne anche lei monaca agostiniana. Acquisì una notevole cultura, al punto che leggeva le opere dei Padri della Chiesa in lingua latina, in particolare sant’Agostino, e san Bernardo. Oltre ad una vivace intelligenza, Giuliana mostrava, fin dall’inizio, una propensione particolare per la contemplazione; aveva un senso profondo della presenza di Cristo, che sperimentava vivendo in modo particolarmente intenso il Sacramento dell’Eucaristia e soffermandosi spesso a meditare sulle parole di Gesù: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

La visione della luna
A sedici anni ebbe una prima visione, che poi si ripeté più volte nelle sue adorazioni eucaristiche. La visione presentava la luna nel suo pieno splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente. Il Signore le fece comprendere il significato di ciò che le era apparso. La luna simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava invece l’assenza di una festa liturgica, per l’istituzione della quale era chiesto a Giuliana di adoperarsi in modo efficace: una festa, cioè, nella quale i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento.

domenica 29 maggio 2011

Giacobbe: l'uomo che ha lottato con Dio

Catechesi di Papa Benedetto XVI
Mercoledì 25 Maggio 2011


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lunedì 23 maggio 2011

sabato 14 maggio 2011

L’uomo è stato creato da Dio e per Dio

L’Udienza Generale di Papa Benedetto XVI
11 maggio 2011


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Il testo integrale


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lunedì 9 maggio 2011

sabato 16 aprile 2011

La santità

L’Udienza Generale di Papa Benedetto XVI
13 aprile 2011

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