Visualizzazione post con etichetta Cenacoli del Bell'Amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cenacoli del Bell'Amore. Mostra tutti i post

lunedì 25 febbraio 2013

Il Silenzio Interiore




Tacere dentro

 Non è possibile costruire una casa su un'altra, la stessa cosa succede per la nostra vita: non è possibile vivere un'esperienza nuova di Dio senza fare prima un vero silenzio interiore dentro di noi, senza, per così dire, demolire tutto ciò che non è Dio in noi.

Come fare?

In tutta la tradizione della Chiesa si è sempre valorizzato il silenzio. Perché? Di che genere di silenzio si tratta?
Immaginate una persona che, per esempio, tacitamente mediti un omicidio, non è certo questo il silenzio di cui parla il Cristianesimo. Allora di che silenzio si tratta?  

Non consiste nello "stare zitti", ma nel "tacere dentro".


Poveri in spirito 

Esiste nel Vangelo una beatitudine importantissima: "Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Gesù, in questa beatitudine del discorso della montagna, non parla dei poveri sociali, ma dei poveri in spirito.

Essere poveri in spirito non è per niente facile.

Il povero attaccato a quel poco che ha, è molto più ricco del ricco. Quindi non è tanto questione di avere di più o di meno: ognuno deve avere tanto quanto Dio vuole, a seconda della sua vocazione; il difficile è essere poveri in spirito; è solo di questi ultimi - e non di quelli che non hanno niente - il regno dei cieli!

I poveri in spirito sono coloro, che si sono svuotati di ogni preoccupazione, di ogni pensiero buono o cattivo.

Davanti a Dio fa ostacolo il positivo, come il negativo. A questo proposito, va ricordato che il nulla resiste a Dio meno di qualche cosa (cfr. S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, libro 1, cap. 6,4). "Qualche cosa" può anche essere un'esperienza bella, positiva, il bene già fatto, la nostra spiritualità...

Allora che significa questo "nulla" che ha il potere di attirare Dio e di fare scoprire Dio?

E il silenzio interiore, il non ricorrere ai propri pensieri, anche santi; è la povertà di spirito.

Spesso fa molto più resistenza a Dio un pensiero buono, che uno cattivo, perché se siamo irreprensibili, perfetti, l'altro non ha niente da darci. Gesù dice: "Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2,17b). Se siamo già buoni, virtuosi, Gesù non ha niente da dirci.

Ecco il primo paradosso: per riuscire a capire qualche cosa di Dio, è necessario non voler comprendere con la sola ragione; per riuscire ad avere il tutto, bisogna non avere nulla; per riuscire a intuire la luce, bisogna chiudere gli occhi della nostra intelligenza (cfr. S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, libro 1, cap. 13,11).


Puri di cuore

Ma c'è un'altra beatitudine, che può farci cogliere un'altra dimensione: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Non è detto: "Vedranno Dio perché muoiono", ciò significa che sarà loro dato di vederlo fin da questa terra. Allora, se diciamo che non sentiamo Dio, che non lo capiamo, il motivo è uno solo: non siamo puri di cuore.

Se lo fossimo, dovremmo vedere Dio. Siamo invitati a fare opera di demolizione di tutto ciò che non è puro, facendo silenzio dentro di noi. Niente preoccupazioni, niente pensieri, niente desideri, niente passato...! Non interessa quello che abbiamo già fatto.  Se fino a ieri siamo stati santi, oggi potremmo fare una sciocchezza madornale, grande quanto la santità di ieri. Se fino a ieri siamo stati gli ultimi della terra, oggi, convertendoci, in una sola giornata, potremmo raggiungere altezze spirituali, che forse un'altra persona, che per tanti anni ha vissuto per Dio, non toccherà mai. Il passato non conta niente, se non a partire dal presente; conta questo momento di adesso.


Il silenzio dell'intelligenza, del cuore, della volontà.

Possiamo vivere e capire quello che Dio vuole da noi adesso, solo se ci svuotiamo di tutto il resto.

Quindi niente pensieri! Ecco il silenzio dell'intelligenza!

Niente "affetti" disordinati! Ecco il silenzio del cuore!

Non c'è bisogno di fare chissà quali atti impuri per non essere puri di cuore, per non riuscire a vedere Dio: basta che il cuore sia occupato da una persona nello stesso momento in cui, per esempio, stiamo incontrandone un'altra.

Niente progetti puramente personali! Ecco il silenzio della volontà. Dobbiamo volere quello che Dio vuole. Francesco d'Assisi parla di "altissima povertà" di mente, altissima povertà di cuore, altissima povertà di volontà (cfr. Regola Bollata, Fonti Francescane, n. 90).

Ecco la condizione indispensabile per essere di Dio.

In un certo senso, si può dire che Dio raggiunge il non essere e non l'essere; Dio si avvicina a chi non è e non a chi è.

Anche voi state forse accogliendo fino in fondo quanto vi dico, senza pensare ad altro, se così è, state facendo silenzio dentro di voi. Se ce la faceste a restare tutta la vita come in questo momento, la vostra esperienza di Dio si aprirebbe a una perenne novità.

Uno spazio per Dio

Considerate ogni momento presente, come un luogo materiale, come un quadratino, nel quale ci sia spazio per una sola persona; in esso o mettete voi, il vostro io, o mettete Dio, insieme "voi e Dio" non entrate, perché il quadratino è troppo piccolo.

Decidere di rinnegare il proprio io per far spazio a Dio, questo è il silenzio interiore.

Il quadratino della morte sarà un attimo: il più importante, preparato dagli altri.

Vi è mai capitato di vedere un falegname riverniciare un mobile? In quest'ultimo spesso ci sono delle parti rovinate e delle altre in cui la vernice è rimasta in buone condizioni... Il falegname, con la carta vetrata, scartavetra tutto, perché diversamente la nuova mano di vernice verrebbe a chiazze.

Immaginiamo la nostra anima come le pareti di un mobile. Quante volte ci capita di avere l'impressione che Gesù, come un falegname, scartavetri pure quelle quattro cose buone che abbiamo fatto nella vita! Se vogliamo il Dio di oggi, se desideriamo aprirci ad una nuova dimensione del suo Amore, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci azzerare, senza tentare di salvare qualcosa. Dio non fa opera di restauro, non fa il ritocco sul mobile, egli fa "nuove tutte le cose" (Ap 21,5), creandole dal nulla. Allora, o accettiamo ogni giorno di lasciarci rifare da zero, o ci preoccupiamo di custodire quelle parti del mobile, che ancora restano in buone  condizioni, conservando il nostro io.

La vita con Dio consiste nello scartavetrare ogni giorno la parete della nostra anima, per rinnovare il colore: così diventeremo delle persone estremamente interessanti per gli altri, perché, per esempio, chi ci ha visti ieri colorati di rosso, ci incontra oggi colorati di verde, domani di azzurro, non ci si può annoiare con noi, perché Dio ci rinnova ogni momento.


Un silenzio amante

Se impariamo a fare la volontà di Dio, rinnegando la nostra, la vita diventa una novità perenne. Il nostro cuore purificato dai "suoi" affetti si dilata sulle dimensioni di quello di Cristo. I nostri pensieri particolari o egoistici si dileguano, mentre il nostro spirito percepisce la bellezza e l'altezza del pensiero di Dio. Allora soltanto possiamo arrivare a dire con san Paolo: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Gal 2,20).

Non è difficile per Cristo vivere in noi, difficile è per noi rinnegare noi stessi, perché egli possa "assumerci".

Non dobbiamo dare suggerimenti a Dio, dobbiamo piuttosto saperci intelligentemente mettere da parte, per fargli spazio in noi.

In fondo questo silenzio amante è la vera vita. Tutto il resto - che a volte ci occupa a fa sì che, invece di essere poveri dentro, siamo ricchi di noi stessi - è destinato inesorabilmente a crollare... Tutto ciò, che ci preoccupa, è destinato a passare: persone, situazioni, circostanze...

L'accoglienza dell'Amore

Che cosa non passa della nostra vita? Che cosa resta per sempre? Solo quanto abbiamo vissuto nell'Amore.

Per poter fare cose che non passano, è necessario che Dio le faccia in noi, solo lui può darci la capacità di amare davvero. Noi possiamo anche affezionarci a qualcuno, ma poi al minimo sgarbo che riceviamo ci sentiamo delusi, retrocediamo. Solo se nel "quadratino", di cui abbiamo appena parlato, mettiamo Dio e non il nostro io, diventiamo capaci di scegliere l'Amore, che non passa... Solo se la parete della nostra anima è tutta scartavetrata, tabula rasa, Dio può scrivervi ciò che vuole. Solo se il nostro cuore è puro, vediamo Dio... Solo se siamo poveri in spirito, siamo già nel regno dei cieli fin da questa terra... Se accettiamo ogni momento di offrire a Dio il passato, in tutto ciò che ha di positivo e di negativo, in questo santo oblio, acquistiamo la capacità di scegliere il Dio dell'oggi, sempre nuovo...

Per camminare sulla via dell'Amore spesso non solo fa ostacolo il ricordo dei nostri sbagli e fallimenti, ma anche quello di quei momenti di Dio, belli e significativi, che ci hanno colmati di gioia: insensibilmente finiamo col diventare ricchi delle cose di Dio e non di Dio; così facendo, amiamo le gioie, le consolazioni di Dio e non il Dio delle consolazioni.

Allora: silenzio completo, povertà, purezza! Ognuno scelga la parola, che più si adatta alla sua sensibilità, per disporsi a fare posto a Dio dentro di sé, perché Dio va solo dove trova spazio.

Lo Spirito Santo è molto delicato: se, per così dire, vogliamo precederlo, ci cede il passo... Se, invece, vogliamo seguire le sue indicazioni, andiamogli dietro docilmente. L'Amore esige la libertà dell'accoglienza.

Quello che conta è riuscire a fare questo silenzio interiore, come Maria, in lei, quasi vissuti da lei, che è l'ombra, su cui la luce di Dio risplende, il silenzio su cui la Parola risuona.

Vivere questa dimensione di accoglienza amante è imbattersi subito in Maria, fare di lei la nostra via. Nessuno ha saputo come lei vivere il silenzio completo di sé, per fare spazio alla grande rivelazione di Dio-Trinità.


                                                                   Suor Nunziella Scopelliti
Fondatrice Istituto religioso Suore del Bell'Amore 






martedì 27 novembre 2012

Punto Luce "Siate santi perché io sono santo" (Lv 19,2) - La santità - di suor Nunziella Scopelliti


       
"Siate santi perché io sono santo" (Lv 19,2)

La santità

                                                                                                                                              Conversazione di sr. Nunziella Scopelliti                                

                                                                                                                                                          Incontro dei Cenacoli del Bell'Amore
                                                                                                                                                          Baida-Palermo, 1° maggio 2004
                                                                                                                                                          (Trascrizione da registrazione)


Ci ritroviamo ancora insieme, ma il mistero che ci unisce fa sì che noi siamo insieme sempre. Questa comunione non è frutto del nostro impegno, ma è un dono di Dio- possiamo accoglierla in noi come dono - viene da Gesù, che ci ha salvati e redenti.
La santità è un nostro preciso dovere, ma non è in nostro potere, non è un nostro impegno; e allora, le virtù: le virtù morali, le virtù sociali, di cui parlava così tanto animatamente il Cardinale? Certamente sono importanti, ma non sono la santità; certamente possono essere una caratteristica dei cristiani, ma non sono la vita cristiana nella sua vera essenza. Ma voi, cosa credete, che gli atei siano dei mascalzoni? Ci sono delle persone atee moralissime! La vita morale, la giustizia, le virtù riguardano tutti gli uomini e tutte le donne indistintamente e interessano il cammino di tutte le religioni. La santità, però, non è l’impegno duro e costante per diventare buoni.
"Siate santi perché io sono santo" (Lv 19,2): che senso ha quest’affermazione della Scrittura? "Siate santi perché io sono santo": noi non possiamo avere una santità personale, nostra, che si contrapponga quasi a quella di Dio, quasi da diventare i rivali di Dio, chi come Dio?
Se io riuscissi a dire a me stessa, prima che a voi, stasera, quello che vo­glio dire, sì da convincermi e da convincervi, penso che lo Spirito Santo si trove­rebbe bene nei nostri cuori e la nostra vita si incamminerebbe in un modo ancora più veloce verso la sua vera meta: Dio.
Siamo nati per Dio, veniamo da Dio e a Dio torniamo. Dice la prima let­tura dell’Ufficio di oggi, dalla Lettera agli Ebrei, che dall’invisibile sono venute fuori le cose visibili, dall’invisibile è venuto fuori il visibile, e il visibile è la crea­zione, il visibile siamo noi, il visibile è ciò che vediamo, tocchiamo. Allora, c’è da pensare che il cammino di ritorno verso Dio è al contrario: dal visibile verso l’invisibile; la manifestazione di Dio va, anche nella storia sacra, dal visibile verso l’invisibile: prima la creazione, l’arcobaleno segno dell’Alleanza, poi la Legge mosaica e infine lo Spirito Santo nei nostri cuori: ecco l’Invisibile; dall'arco-baleno al segno… all’Invisibile.
Allora, la visione di fede deve aiutarci a pensare con altre categorie, per poter cogliere Dio e la santità da un’altra ottica. Vorrei, in questo momento, essere in comunione con Maria, da renderla presente, così come la descrive Newman, quando dice di lei che non solo ha la fede che la porta a far aderire la ragione alla fede, ma ha anche quella fede che porta la ragione a ragionare sulla fede, in tal modo mette insieme la fede dei semplici e la fede dei dottori della Chiesa: ecco Maria per Newman.
E allora, cerchiamo di chiudere gli occhi dell’intelligenza, come dice San Gio­vanni della Croce, per credere, ma ad un tempo cerchiamo di ragionare sul dato di fede. "Siate santi perché io sono santo" che vuol dire? Che noi possiamo avere una santità nostra? No. Pensavo: "Dopo tanti anni di vita, dopo pochi anni o molti anni di fondazione - dieci anni nemmeno compiuti, non sono tanti - io debbo costatare di non essere santa, costato di avere dei limiti"; ma quanti di voi qui presenti non potrebbero dire la stessa cosa, o dire che non sono contenti di loro, che vorrebbero essere migliori, che non riescono a liberarsi da certe inadempienze… Mi sono detta, ieri o avantieri: "Questa è una cosa meravigliosa". Il fatto di avere dei limiti, il fatto di ritrovarsi inadempienti, il fatto di sentire che non si è santi, il fatto di ritrovarsi, dopo una lunga vita, difettosi, di avere l’impressione che la vita sta passando, che ormai andiamo verso la vecchiaia, o che la vecchiaia l’abbiamo già raggiunta e non abbiamo concluso quasi niente, tutto questo, che noi possiamo chiamare, a volte, fallimento, che può renderci insoddisfatti, è una cosa meravigliosa, è utilissimo per la vera santità. Molti peccatori, secondo me, sono molto più avanti, nel cammino della santità, delle persone che hanno il sentimento del proprio valore morale e spirituale. Un qualche sentimento, una qualche coscienza della propria virtù, del proprio valore morale e spirituale praticamente allontana molto di più da Dio del sentimento sincero del proprio peccato, perché il sentimento sincero del proprio peccato avvicina a Dio, il sentimento della propria bontà, della rettitudine del proprio comportamento non è detto che avvicini a Dio; ma noi facciamo una fatica enorme a capire questo. Io per prima, che vi parlo, posso soggiacere alla tentazione di volermi comportare bene e di voler far dipendere la mia santità dalla mia virtù.
Ditemi: avete voi, in questa stanza, la coscienza e il ricordo di voi stessi, della vostra persona? Vi ricordate di esserci? Vi ricordate delle vostre difficoltà, delle vostre prove, delle vostre preoccupazioni, delle vostre sofferenze, dei vostri peccati, dei vostri limiti, di voi stessi? Se vi ricordate, se ci ricordiamo di noi stessi, siamo ancora molto lontani dalla santità, perché la santità è estasi d’amore, è quello che diceva Teresa d’Avila: "Non mi ricordo più di esistere". La santità è la vita di Dio in noi, che non viviamo più la nostra vita e non ci ricordiamo più della nostra piccola vita. La santità è l’infinito nulla che finalmente può accogliere l’infinito Tutto, ma finché non c’è né il nulla, né l’infinito nulla e c’è una qualche virtù, bisognerà che ci sia tutta un’opera di demolizione e i "buoni", i cosiddetti "buoni", in questo, spesso e volentieri sono molto più svantaggiati dei cosiddetti "cattivi". Con questo, non vi voglio invitare a peccare fortemente, ma ad avere le idee chiare sulla fede, ad aprirvi alla speranza e alla carità e a dare il giusto posto alle virtù teologali: fede, speranza e carità, e non a quelle morali: giustizia, bontà, ecc. Poi, è chiaro che se tu accogli la vita di Dio in te, ti comporterai di conse­guenza bene, ma è una conseguenza; se tu, invece, pensi che comportandoti bene, con le tue forze, arrivi a Dio, è una presunzione.